"La maggior parte dei problemi del mondo sono dovuti a questioni di grammatica"
Forse un po’ eccessivo il filosofo Michel de Montaigne, che addirittura indica gli errori grammaticali come i responsabili di molti problemi del mondo. Ma ci saranno diversi copywriter, quelli di vecchia scuola soprattutto, che staranno annuendo compiaciuti nel leggere la citazione.
Di certo non è l’unico tra i personaggi illustri a esprimere un pensiero così forte, basti pensare che Fernando Pessoa attribuisce la fortuna di un popolo allo stato della sua grammatica.
Se poi entriamo nel merito della punteggiatura, la questione si fa ancora più spinosa. Perché si sa, i congiuntivi sbagliati o l’omissione di una h o di un apostrofo scandalizzano ancora – fortunatamente diremmo noi – i più. Ma una virgola o, ancor più, un punto e virgola? Che sarà mai. In un’epoca in cui, nelle conversazioni su Whatsapp, si leggono sempre più frequentemente righe di testo senza un segno di interpunzione - domande senza punto interrogativo, frasi di senso compiuto senza un punto a dividerle – davvero possiamo pensare che la punteggiatura abbia ancora tutta questa importanza?
Senza andare a scomodare Paul Watzlawick e uno dei suoi assiomi della comunicazione, basterebbe cercare in rete per trovare innumerevoli esempi di come, anche una banalissima virgola possa cambiare, se non addirittura stravolgere, il significato di una frase.
Giornata difficile da dimenticare.
Giornata difficile, da dimenticare.
Così, giusto per fare un esempio.
Abbiamo divagato, ma ci piace contestualizzare. E ora che abbiamo ricordato quanto sia essenziale saper utilizzare correttamente anche la punteggiatura, di cui molti pare abbiano dimenticato l’esistenza, torniamo al topic di questo articolo: gli errori grammaticali incidono sulla SEO?
Già leggendo il titolo di questo paragrafo la risposta alla domanda sopra dovrebbe essere scontata. In realtà, fino a qualche anno fa, gli esperti non erano tutti unanimi nel pensare che gli errori grammaticali potessero influenzare negativamente la SEO e, di conseguenza, il posizionamento di un sito web nella Serp di Google. A dissipare ogni dubbio è stato John Mueller, Search Advocate di Google, dichiarando che ortografia e grammatica hanno un peso nel ranking delle pagine.
Questo ha a che fare non solo con la comprensibilità di un testo, ma anche con la qualità del contenuto, che a oggi è uno dei fattori più importanti per il successo di un sito web. Tra i vari elementi che influenzano la SEO, infatti, sappiamo bene ormai che testi ben scritti e topic ben argomentati piacciono a Google, quindi va da sé che gli errori grammaticali possono avere un impatto notevolmente negativo in termini di posizionamento.
Vediamo nel dettaglio i motivi per cui scrivere un testo che presenta errori ortografici e grammaticali può essere penalizzante.
Il primo aspetto da considerare è l'esperienza dell'utente (UX). Un contenuto pieno di errori grammaticali può essere difficile da leggere e da comprendere, riducendo di conseguenza la soddisfazione dell'utente. Google e altri motori di ricerca danno grande importanza alla qualità dell'esperienza dell'utente. Se un utente visita un sito web e lo trova difficile da leggere per svariati motivi tra cui gli errori grammaticali, è probabile che abbandoni il sito rapidamente. Questo comportamento può aumentare la frequenza di rimbalzo (bounce rate), un segnale negativo per Google, che può portare a un peggioramento del posizionamento nei risultati di ricerca.
Inoltre, un sito web con contenuti pieni di errori grammaticali può perdere credibilità agli occhi degli utenti. Immaginate un blog informativo che presenta numerose inesattezze e strafalcioni: chi sta cercando informazioni e le trova scritte male, quale opinione potrà farsi dell’autore e, di conseguenza dell’intero sito? La fiducia è un fattore chiave per il successo online, e un testo mal scritto può far dubitare della professionalità dell'azienda o del brand, portando gli utenti a cercare informazioni altrove. I motori di ricerca tengono conto di questi segnali, e la mancanza di trust da parte degli utenti può tradursi in un ranking inferiore.
I motori di ricerca come Google utilizzano algoritmi avanzati per analizzare e comprendere il contenuto delle pagine web. Sebbene gli algoritmi siano molto sofisticati, gli errori grammaticali possono rendere difficile l'interpretazione corretta del contenuto. Una grammatica scorretta può portare a malintesi sul significato del testo, influenzando negativamente la capacità dei motori di ricerca di identificare correttamente le parole chiave e il contesto del contenuto. Questo può causare una riduzione della pertinenza del sito per determinate query di ricerca e, di conseguenza, un peggioramento del posizionamento.
Linkereste mai un contenuto scritto male e pieno di strafalcioni al vostro sito? La risposta è alquanto ovvia. Il link building, ossia l'acquisizione di link in entrata da altri siti web, è un aspetto cruciale della SEO offsite e chiaramente i contenuti ben scritti e privi di errori grammaticali sono più propensi a essere condivisi e citati da altri siti web. Al contrario, se il contenuto è pieno di errori, è meno probabile che venga considerato degno di condivisione o di collegamento. Questo può ridurre significativamente le opportunità di ottenere link di qualità, che sono fondamentali per migliorare l'autorità del dominio e il posizionamento nei motori di ricerca.
Evitare gli errori grammaticali si può. Partiamo da alcune considerazioni. La grammatica italiana è complessa e alcune regole cambiano nel tempo. Come tutte le lingue vive, anche la nostra subisce mutazioni che non sempre si conoscono. Inoltre le nuove generazioni mostrano sempre più lacune dal punto di vista sintattico, ortografico e grammaticale. Senza entrare nel merito dei motivi di questo impoverimento generale - anche se certamente le nuove tecnologie e i nuovi mezzi di comunicazione hanno notevolmente contribuito – quello che è sotto gli occhi di tutti è che lo scrivere bene è sempre più prerogativa di pochi.
Ciò detto per evitare che gli errori grammaticali danneggino la SEO, è possibile adottare alcuni accorgimenti:
E' banale, lo sappiamo, ma è bene ricordarlo. Prima di pubblicare qualsiasi contenuto, assicuratevi di rileggerlo attentamente o di farlo rileggere da un'altra persona per individuare e correggere eventuali errori. Un suggerimento da copy: leggere al contrario, partendo dall’ultima parola e risalendo nel testo. Questo fa sì che il testo perda di significato e che quindi le parole vengano lette con maggiore attenzione.
Esistono numerosi strumenti online, come il controllo ortografico integrato in molti editor di testo, che possono aiutarvi a identificare e correggere gli errori grammaticali. Tra tutti consigliamo Language Tool un’estensione Chrome che è un correttore multilingue di grammatica, stile e ortografia.
Se la scrittura non è il vostro forte, considerate l'idea di affidarvi a un copywriter professionista o un editor per assicurarvi che i vostri contenuti siano impeccabili.
Se avete dubbi o incertezze sulla qualità dei vostri testi, contattateci per una consulenza e vi daremo i consigli giusti per creare i contenuti più adatti al vostro progetto.
Tempo di lettura: 14 minutiDiciamocelo francamente: meme sta a social network come Goku sta a Super Sayan di III livello. È la versione pro di un feed che funziona e puoi anche non usarli nel tuo piano organico social, ma rischi di perdere in partenza tutti quei follower che ormai non si accontentano più di post classici triti e ritriti, e snobbano i profili più insipidi e meno divertenti. È un’evoluzione del modo di comunicare su questi media dove, si sa, chi rimane indietro è perduto. Oggi come oggi, su una piattaforma come Instagram o Tik Tok, l’utilizzo dei meme con cognizione di causa ti permette di vincere la sfida del profilo anonimo e senza appeal. Nello scrolling brutale e senza pietà della maggior parte degli utenti, il meme può salvarti e catturare l’attenzione anche del fruitore più annoiato.
Nati come semplici immagini con testo sovrapposto, i meme non solo sono diventati una delle forme più influenti e pervasive di comunicazione digitale, ma un vero e proprio fenomeno culturale globale, in grado di plasmare opinioni, influenzare tendenze e, soprattutto, creare vere e proprie community online.
Ma come e perché i meme diventano virali? E quali sono gli esempi più emblematici di questo fenomeno? Vediamo insieme la loro storia ed evoluzione fino ad oggi.
I meme, nella loro forma attuale, sono un fenomeno strettamente legato alla cultura di internet e al mondo digitale. Tuttavia, le loro radici sono più profonde, e risalgono a concetti culturali e sociali ben precedenti all'avvento del web. Per comprenderne appieno la portata e l'influenza sui social network, è utile ripercorrerne la storia, dalla loro nascita come concetto teorico fino all'evoluzione in strumento di comunicazione di massa.
Il termine "meme" è stato introdotto per la prima volta dal biologo evoluzionista Richard Dawkins, etologo e divulgatore scientifico, nel suo libro del 1976, Il gene egoista. Dawkins definì il meme come una "unità di trasmissione culturale", un elemento che si diffonde da persona a persona attraverso l'imitazione (il termine deriva dal greco antico "mimeomai”, imitare), simile a come i geni trasmettono informazioni biologiche. L'idea era che, così come i geni sono soggetti a selezione naturale, anche i meme culturali sono soggetti a un processo di selezione che determina quali idee, comportamenti o pratiche culturali sopravvivono e si diffondono.
Questo concetto di meme era originariamente astratto e teorico, ma gettò le basi per comprendere come certi pensieri e modi di agire potessero diffondersi rapidamente all'interno di una società. Con l'avvento di internet, il concetto di meme si è evoluto per descrivere i contenuti che vediamo oggi sui social media.
Con la nascita di internet negli anni '90, il termine "meme" ha iniziato a essere associato a immagini, video, frasi e altri contenuti che venivano condivisi online e che si diffondevano rapidamente attraverso la rete. I primi meme digitali includevano semplici immagini o brevi video, spesso accompagnati da testi umoristici o ironici.

Uno dei primi esempi di meme virali è Dancing Baby, noto anche come "Baby Cha-Cha", un'animazione 3D di un neonato che balla al ritmo di una canzone. Questo video è diventato virale alla fine degli anni '90, diffondendosi attraverso e-mail e primordiali piattaforme di condivisione, rappresentando uno dei primi fenomeni di cultura pop digitale.
Con l'ascesa dei social media agli inizi degli anni 2000, i meme hanno trovato terreno fertile per proliferare. Piattaforme come MySpace, Facebook, e successivamente Twitter, Reddit, Instagram, Twitter e Tik Tok hanno facilitato la creazione e la condivisione di contenuti virali, permettendo ai meme di raggiungere un pubblico globale in tempi brevissimi.
Durante questi anni, alcuni meme hanno raggiunto uno status iconico. Uno di questi è Rickrolling, un fenomeno iniziato nel 2007 quando gli utenti di internet iniziavano a essere ingannati a cliccare su un link, che apparentemente conduceva a un contenuto interessante, ma che invece portava al video musicale di Rick Astley "Never Gonna Give You Up". Questo meme non solo ha preso piede rapidamente, ma è diventato parte della cultura pop di quegli anni, tanto da essere riconosciuto anche al di fuori della sfera digitale.
Parallelamente, LOLcats, una serie di immagini di gatti con testi sovrapposti in inglese storpiato (chiamato "lolspeak"), è diventato un altro fenomeno virale, che ha dominato la scena per diversi anni, influenzando anche la nascita di siti dedicati come I Can Has Cheezburger?
Negli ultimi anni, i meme si sono evoluti ulteriormente, diventando più complessi e stratificati. Non si tratta più di semplici battute visive, comprensibili ai più, ma i più ironici e divertenti iniziano a includere riferimenti a eventi storici, fatti di cronaca, critiche sociali, o ironie politiche, rendendo la loro fruizione sempre più accessibile solo a utenti con un certo background culturale e livello di istruzione. Inoltre, l'adozione massiccia dei meme da parte di diverse fasce di età e culture ha portato alla creazione di sottoculture di meme, ciascuna con i propri stili, linguaggi e umorismi.

Un esempio di meme che ha raggiunto un alto livello di sofisticazione è il Doge, un'immagine di una cagnetta Shiba Inu (Kabosu, morta a 18 anni proprio a maggio di quest’anno) con testi in font Comic Sans che esprimono pensieri frammentati e spesso grammaticalmente scorretti. Originato nel 2013, il meme Doge ha influenzato non solo la cultura di internet ma anche il mondo delle criptovalute, con la creazione della Dogecoin.
Un altro esempio è Pepe the Frog, che è passato dall'essere un innocente fumetto a diventare un simbolo controverso, utilizzato in contesti politici estremi, fino a essere reclamato e riutilizzato in nuovi contesti più positivi dalla comunità online.
Oggi i meme non sono più confinati agli angoli di internet frequentati dai giovani o dagli appassionati di tecnologia, ma sono diventati parte integrante della cultura mainstream e strumenti potenti nel marketing digitale. Brand e aziende utilizzano i meme per connettersi con un pubblico giovane, per trasmettere messaggi in modo creativo e per cavalcare tendenze virali che possono amplificare la visibilità del loro marchio.
Tuttavia, come già detto, il successo dei meme nel marketing richiede una comprensione approfondita del loro contesto e un certo grado di cultura generale. Una conoscenza degli avvenimenti più importanti a livello socio-politico è di vitale importanza per evitare un uso improprio o forzato dei meme, che può risultare controproducente e portare a critiche da parte del pubblico. D’altronde il meme marketing può essere considerata una forma di instant marketing divertente, ma comprensibile solo a un pubblico realmente informato e al passo con i tempi.
Nonostante, come vedremo, i meme siano utilizzati in ambiti diversi e con finalità completamente differenti, ci sono alcune peculiarità che li contraddistinguono trasversalmente.
I meme devono essere facilmente comprensibili e trasmettere un messaggio in modo immediato. Questo li rende particolarmente adatti ai tempi frenetici dei social network.
I meme di successo spesso si basano su situazioni quotidiane, emozioni comuni o riferimenti alla cultura pop, rendendoli facilmente riconoscibili e condivisibili.
Un altro aspetto cruciale è la capacità di un meme di essere modificato e reinterpretato dagli utenti, generando così nuove versioni e ulteriori condivisioni che ne decretano la viralità.
Spesso i meme virali nascono in risposta a eventi di attualità, notizie o situazioni che catturano l'attenzione collettiva (come dicevamo vengono considerati una forma efficace di instant marketing)
Anche se non esiste nulla di scritto che regolamenta l’utilizzo di caratteri particolari per la creazione dei meme, i font che hanno preso piede e che vengono maggiormente utilizzati per la loro realizzazione sono Comic Sans MS, Arial, Montserrat, Myriad Pro ed Helvetica. Poi c’è il font meme per antonomasia, quello che abbiamo visto più spesso e che rimane il re indiscusso di questo fenomeno: l’Impact. Appartenente alla famiglia Sans Serif, caratterizzato dalla sua grande leggibilità per i bordi netti e ben definiti, è un font datato, iniziò ad essere utilizzato anni prima dell’avvento di Internet, ovvero a partire dal 1965, anno in cui il suo creatore (Geoff Lee) lo realizzò nel vero senso della parola, tagliando personalmente gli stampi di metallo per la sua creazione.
Nel corso degli anni, molti meme hanno raggiunto un livello di popolarità tale da diventare parte integrante della cultura di internet. Ecco alcuni esempi emblematici:

Distracted Boyfriend: Una delle immagini più riconoscibili sul web, questo meme mostra un ragazzo che guarda con interesse un'altra donna mentre la sua fidanzata lo osserva indignata. La foto è stata adattata in migliaia di varianti, utilizzata per rappresentare situazioni di distrazione o desiderio di cambiamento.

Success Kid: Un bambino con un'espressione trionfante e un pugno chiuso, utilizzato per illustrare piccoli successi quotidiani. Questo meme ha continuato a vivere negli anni, diventando simbolo di motivazione e perseveranza.

Woman Yelling at a Cat: Questo meme combina una scena di uno show televisivo, in cui una donna urla, con un’immagine di un gatto seduto a un tavolo, apparentemente confuso. È stato utilizzato per rappresentare discussioni assurde o fraintendimenti.

Giorgio Tsoukalos ("Aliens"): Diventato virale grazie alla sua apparizione in un documentario in cui spiegava eventi storici e misteriosi attribuendoli agli alieni, spesso è usato in modo ironico per indicare spiegazioni esagerate o poco plausibili.

Disaster Girl: Uno dei meme più inflazionati ritrae la piccola Zoe Roth in una foto scattata dal padre. La bambina osserva i vigili del fuoco che stanno cercando di estinguere un incendio vicino alla loro abitazione con un ghigno compiaciuto. La foto originale, tra l’altro, è stata venduta come Nft per un valore di 180 ether, (quasi 500mila dollari).

Hide the pain Harold: sicuramente uno dei più esilaranti, è la combinazione di un sorriso forzato con uno sguardo terribilmente triste. È il risultato di uno degli scatti con cui un fotografo in cerca di modelli per foto stock ha immortalato il signor Harold, rendendolo poi l’uomo anziano più virale per eccellenza.
Instagram, con la sua natura visiva e la facilità di condivisione, è una delle piattaforme principali per la diffusione dei meme. Ogni giorno, milioni di utenti creano, condividono e interagiscono con contenuti virali che riflettono l'umore del momento, eventi di attualità o semplicemente catturano l'ironia della vita quotidiana. Nel 2024, alcuni meme si sono distinti per la loro popolarità e capacità di risuonare con un vasto pubblico. Eccone alcuni.
Uno dei temi ricorrenti nei meme su Instagram riguarda il bilanciamento tra vita lavorativa e vita personale. Con l'aumento dello stress e la pressione legata al lavoro, molti utenti si rifugiano nell'umorismo dei meme per esprimere il loro disagio in modo ironico e condivisibile.
Monday Blues: i meme che raffigurano il disagio e la fatica di iniziare una nuova settimana lavorativa sono sempre molto popolari. Spesso, questi meme utilizzano immagini di personaggi esausti o sconcertati con didascalie che enfatizzano la frustrazione legata al lunedì mattina.
That Friday Feeling: al contrario, i meme che celebrano l'arrivo del venerdì e l'imminente fine settimana sono altrettanto diffusi. Questi meme sfruttano spesso immagini e GIF che esprimono euforia, sollievo e l’attesa del relax del weekend.
Negli ultimi anni, c'è stata una crescente consapevolezza riguardo alla salute mentale, e i meme su Instagram spesso riflettono questa tendenza. Gli utenti li utilizzano per affrontare argomenti come l'ansia, la depressione e lo stress in modo leggero ma empatico.
Relatable Anxiety: catturano momenti di ansia o comportamenti nevrotici in situazioni comuni. La loro popolarità risiede nel fatto che molti utenti si riconoscono in questi momenti, trovando conforto nell'umorismo condiviso.
Self-Care Checklists: sono quelli che promuovono la cura di sé stessi in modo ironico o sarcastico, spesso elencando attività come "non rispondere a email dopo le 18:00" o "prendersi una pausa dai social media", sono molto condivisi, soprattutto tra i giovani adulti.
Instagram è anche un hub per meme che si basano su riferimenti alla cultura pop, serie TV, film e musica. Questi meme sono popolari perché consentono agli utenti di esprimere la loro passione per determinati franchise o di commentare eventi culturali in modo umoristico.
Pedro Pascal Eating Sandwich: questo meme ha visto Pedro Pascal, attore molto amato, diventare protagonista di numerosi post in cui mangia un sandwich in modo apparentemente soddisfatto. La semplicità della scena viene utilizzata per rappresentare momenti di piccole gioie o situazioni ironiche.
The Last of Us Reactions: con l'uscita della serie The Last of Us, sono diventati virali su Instagram i meme che catturano le reazioni emotive degli spettatori agli episodi. Spesso, queste immagini sono accompagnate da testi che descrivono la sofferenza o l'euforia dei fan di fronte alle scene più intense.

Pablo Escobar Forever Alone: un altro fenomeno legato alla serie di successo Netflix Narcos e al suo protagonista, l’attore Wagner Moura ritratto solo in una scena di attesa solitaria.
Nel 2024, una tendenza emergente è quella dei meta-meme, cioè meme che commentano o parodiano altri meme, quasi sempre in modo ironico o satirico. Questa meta-comunicazione è apprezzata soprattutto dagli utenti più esperti di social media che sono in gradi di comprendere e di godere del gioco di riferimenti interni.
Meme-ception: riflettono sulla cultura dei meme stessa, commentando quanto certi formati o battute siano diventati inflazionati o banali. Sono spesso complessi e richiedono una certa familiarità con l'evoluzione dei meme per essere apprezzati pienamente.
NPC Meme: un formato di meme che rappresenta persone che si comportano in modo prevedibile o stereotipato, paragonandole a NPC (Non-Playable Character, personaggi non giocanti) dei videogiochi. È un modo per ironizzare su comportamenti standardizzati e poco originali, spesso in contesti sociali o di consumo.
Instagram è anche una piattaforma dove i post si intrecciano con la cronaca e la politica. Quando accade qualcosa di rilevante a livello globale, non passa molto tempo prima che compaiano i primi meme che riflettono o commentano l'evento.
AI Takeover Fears: Con l'aumento delle discussioni su intelligenza artificiale e automazione, sono diventati popolari i meme che giocano sulla paura o la confusione riguardo a un futuro dominato dalle macchine. Questi meme spesso mescolano umorismo e riflessione, toccando temi come la perdita di lavoro o l'invasione della privacy.
Inflation Struggles: Le preoccupazioni economiche, in particolare l'inflazione e l'aumento del costo della vita, sono state un tema caldo per i meme nel 2024. Questi meme utilizzano l'umorismo per affrontare le difficoltà finanziarie, con frasi come "Quando scopri che il caffè costa più della benzina" accompagnate da immagini ironiche.
Non sorprende che in un social come Instagram molti meme ruotino attorno alla moda, al beauty e alle tendenze virali del momento.
Quiet Luxury vs. Loud Luxury: si tratta dei meme che mettono a confronto la moda "quiet luxury" (dove i brand costosi sono riconoscibili solo da chi conosce) con il "loud luxury" (moda vistosa e riconoscibile da tutti). Spesso utilizzati per criticare o ridicolizzare l'ossessione per i brand di lusso, è un formato che cattura l’ironia sociale.
Skin Cycling: una tendenza nel beauty, il "skin cycling" ha generato molti meme, che giocano sulle complessità e la confusione che gli utenti provano nel seguire rigide routine di cura della pelle. Questi meme combinano umorismo e consigli di bellezza, rendendo il tema accessibile e divertente.

Ovviamente il fenomeno non ha risparmiato personaggi celebri del modo della tv, del cinema, dello sport, della musica e del giornalismo, che sono diventati protagonisti di alcuni tra i meme più divertenti e condivisi del web. Leonardo Di Caprio, Chuck Norris, Leonel Messi, Drake, ma anche Mara Maionchi, Maurizio Costanzo o Orietta Berti per citarne alcuni di italiana produzione: tutti fonti di ispirazione per un umorismo a volte dissacrante, ormai fenomeno dilagante in rete e non solo.
Come abbiamo visto i meme hanno attraversato un lungo percorso, evolvendosi da semplici concetti teorici a fenomeni culturali globali. La loro capacità di adattarsi ai cambiamenti della società e di internet suggerisce che continueranno a essere una forza dominante nell’ecosistema digitale, almeno per un po’.
Di certo nel mondo del digital marketing non c’è nulla, considerando l’evoluzione pazzesca a cui abbiamo assistito negli ultimi anni e la velocità con cui nuovi trend si affacciano sulla scena e si affermano imponendo nuovi diktat e correnti di pensiero. Possiamo affermare con una buona dose di convinzione che l'evoluzione delle tecnologie, come l'intelligenza artificiale e la realtà aumentata, daranno vita a nuove forme di interazione e, di conseguenza, a nuove forme di meme, con una sempre crescente complessità e un impatto sempre maggiore sulla comunicazione moderna.
Nel dubbio cavalchiamo ora l’onda del loro successo, integrando, dove possibile, un modo di raccontare più tradizionale e standard con qualche parentesi più ironica e divertente.
Vuoi dare una rinfrescata al tuo feed e renderlo più attrattivo per il tuo target? Vediamo insieme come farlo, raccontaci tutto qui.
Tempo di lettura: 4 minutiQuanto sia importante oggi la user experience è, probabilmente, qualcosa che avrete letto tante di quelle volte da non volerne più sentir parlare. L’esperienza dell’utente durante la sua navigazione è diventata, nel corso degli ultimi anni, un aspetto fondamentale di tutto ciò che accade in rete. Non solo perché le persone che navigano all’interno di un sito o di un e-commerce e hanno la sensazione di contenuti gradevoli, ben organizzati e di facile utilizzo, sono più propensi a rimanere su una pagina, ma soprattutto perché Google premia la migliore user experience.
In questo contesto il UX/UI design ha preso sempre più piede alla ricerca di soluzioni che sappiano coniugare la progettazione e il design, in un unicum che garantisca efficacia e facilità di utilizzo.
Figma è il tool che ha in qualche modo ha rivoluzionato il modo in cui i team creativi lavorano sul design digitale, offrendo un'esperienza collaborativa e flessibile, che è difficile da trovare in altri strumenti. La sua natura basata su cloud, e le potenti funzionalità di design che presenta, lo rendono una scelta ideale per chiunque lavori nel web design o nello sviluppo di interfacce utente.
Si tratta di una piattaforma di design che consente la creazione di interfacce utente (UI), prototipi interattivi e altro ancora. Una delle sue caratteristiche principali è il funzionamento interamente online, il che significa che non richiede l'installazione di software sul computer. Gli utenti possono accedere ai loro progetti da qualsiasi dispositivo connesso a Internet, rendendo il processo di design estremamente collaborativo.
Figma Adobe è ampiamente utilizzato per diversi scopi nel mondo del digital design, tra cui:
Web Design e UI/UX Design: Figma è uno strumento eccellente per la progettazione di siti web e applicazioni. La sua interfaccia intuitiva e la possibilità di creare layout flessibili lo rendono ideale per progettare interfacce moderne e responsive. Tra i suoi plus, inoltre, c’è sicuramente la libreria di componenti pre-costruite, che permettono la creazione di interfacce in modo veloce, oltre che per creare grafiche e UI di ogni genere partendo da zero.
Prototipazione: con Figma, è possibile creare prototipi interattivi che simulano l'esperienza dell'utente finale. Questo aiuta i team a visualizzare come funzioneranno le interazioni in un sito o in un'app prima ancora di iniziare la fase di sviluppo.
Collaborazione in tempo reale: una delle caratteristiche distintive di Figma è la sua capacità di supportare la collaborazione simultanea tra più membri del team. Designer, sviluppatori e stakeholder possono lavorare insieme nello stesso file, vedere le modifiche in tempo reale e lasciare commenti direttamente sul design.
Design system: Figma Adobe permette di creare e gestire facilmente design system, garantendo coerenza visiva e funzionale tra tutti i componenti di un progetto. I componenti riutilizzabili e le librerie condivise facilitano il mantenimento della consistenza tra vari progetti e team.
Handoff per sviluppatori: Figma semplifica anche il processo di consegna del design agli sviluppatori, offrendo loro tutte le informazioni necessarie per implementare correttamente il progetto, come misure, colori e risorse esportabili.
Figma si distingue in diversi modi rispetto ad altri software di design come Adobe XD, Sketch e InVision. Come già scritto la collaborazione in tempo reale è certamente una peculiarità propria di questo tool. Mentre molti strumenti richiedono l'invio di file all’interno dello stesso team di lavoro o l'utilizzo di plugin per la condivisione, Figma è nato per supportare la collaborazione live. Questo lo rende particolarmente utile per il lavoro da remoto, con risorse geograficamente distanti o per progetti che richiedono un feedback immediato.
Anche l’accessibilità e la caratteristica Cross-Platform sono certamente da annoverare tra le particolarità che rendono Figma Adobe uno dei software più smart del momento. Essendo basato su cloud, infatti, funziona su qualsiasi sistema operativo (Windows, macOS, Linux) direttamente da un browser. Non è necessario installare applicazioni dedicate, il che lo rende accessibile ovunque e da qualsiasi dispositivo.
Figma offre una gestione avanzata dei componenti con la possibilità di creare varianti, rendendo il processo di design ancora più efficiente. Questo facilita la creazione di design system complessi e coerenti. Inoltre, dispone di una vasta gamma di plugin e integrazioni, che ampliano le sue funzionalità. Che si tratti di strumenti di animazione, generatori di contenuti o integrazioni con altre piattaforme come Slack e Zeplin, Figma offre una versatilità che pochi concorrenti possono eguagliare.
L’area di lavoro di Figma è l’altra novità che questa piattaforma ha apportato nel mondo dei UX/UI designer. Si tratta di uno spazio in cui vengono creati i progetti attraverso layout e canvas, che facilita la progettazione responsive e la creazione di layout adattivi, grazie a un sistema di auto layout che permette di organizzare in modo automatico in un frame tutti gli elementi. Questa peculiarità permette di lavorare in modo più rapido e più efficiente.
Figma offre un piano gratuito, Starter Team, che è sorprendentemente ricco di funzionalità, e rende il software accessibile anche a freelance e piccoli team. Oltre all’editor è comprensivo di un numero illimitato di bozze personali e permette comunque di gestire anche progetti complessi.
I piani a pagamento sono tre: Professional Team (€ 15/mese), Organization (€ 45/mese), Enterprise (€ 75/mese) con possibilità di riduzioni in caso di abbonamento annuo. Tra le funzionalità aggiuntive che offrono, in base al piano scelto, ci sono le librerie estese, la possibilità di organizzare in modo centralizzato file e plug-in, la condivisione di progetti privati, le funzioni branching and merging e molto altro.
Vuoi conoscere tutti gli utilizzi di questo tool e toccare con mano le sue potenzialità? Contattaci e ne parleremo insieme.
Tempo di lettura: 9 minutiPrima di iniziare a parlare delle campagne Demand Gen – le ultime nate nel mondo Google – occorre fare un passo indietro e sviscerare i principali motivi della storica rivalità tra le due aziende che attualmente dominano l’ecosistema online: Google, appunto, e Meta.
L’introduzione è dovuta, perché ci aiuta a capire una delle ragioni per cui Big G ha deciso di sfruttare l’intelligenza artificiale per la creazione di questa nuova tipologia di campagna, che, tra l’altro, non ha entusiasmato proprio tutti gli inserzionisti. L’occasione, si sa, fa l’uomo ladro e Google non se l’è di certo lasciata scappare nel momento in cui si è reso conto di poter dar fastidio al suo principale competitor.
Ma partiamo con ricordare la differenza principale tra i due colossi, ovvero l’approccio al targeting degli utenti: intento vs. interesse. Se da un lato Meta si è affermato come leader nella pubblicità basata sugli interessi, sfruttando la sua profonda conoscenza delle reti sociali e delle interazioni personali per offrire annunci mirati e personalizzati su piattaforme come Facebook e Instagram, dall’altro Google, con la sua vasta rete di prodotti che spaziano dalla ricerca su internet a YouTube, domina la pubblicità basata su intenti, utilizzando algoritmi avanzati per fornire annunci altamente pertinenti ai consumatori nel momento in cui cercano informazioni.
Riassumendo e banalizzando possiamo sintetizzare con un’evidenza: Google è principalmente conosciuto (e utilizzato dagli utenti) come un motore di ricerca, Meta no. In Google puoi soddisfare un bisogno espresso attraverso una ricerca attiva, sulle piattaforme Meta no. E qui si aprirebbe una parentesi sulle logiche del push marketing vs. pull marketing, ma non siamo qui ora per approfondire questo argomento.
Torniamo quindi alle nostre due piattaforme. Dicevamo che Google ha intravisto una possibilità e ci si è buttata a testa bassa: l’dea è quella che grazie alle campagne Demand Gen può fare concorrenza agli annunci pubblicitari di Meta.
Come?
Le piattaforme di Meta, come Facebook e Instagram, sono diventate estremamente popolari tra gli inserzionisti grazie alla loro capacità di offrire annunci visivamente coinvolgenti, altamente personalizzati e basati su un targeting preciso. Questi social network hanno permesso alle aziende di raggiungere un vasto pubblico in momenti di scoperta e ispirazione, generando una domanda latente per i loro prodotti o servizi.
Per competere con l'efficacia di Meta in questo ambito, Google ha pensato quindi bene di creare le campagne Demand Gen, che mirano a fornire un'esperienza pubblicitaria altrettanto visiva e coinvolgente, sfruttando le proprie risorse come YouTube, Gmail, e Google Discover. Grazie al machine learning e all'intelligenza artificiale vengono creati annunci personalizzati e ottimizzati, capaci di attrarre l'attenzione degli utenti nei momenti chiave del loro percorso d'acquisto, similmente a quanto avviene con gli annunci su Meta.
Al di là del desiderio di competere con il suo rivale in un ambito certamente non proprio confident per lui (le campagne Display non hanno mai avuto l’ambizione di potersi confrontare con l’appeal degli annunci Instagram), Google Ads ha fatto la scelta di introdurre le Demand Gen anche come risposta strategica al "Messy Middle", un concetto che descrive la complessità del processo decisionale dei consumatori nell'era digitale. Ne parliamo qui.
Nelle fasi di esplorazione e valutazione che caratterizzano il customer journey, gli utenti riconsiderano continuamente le opzioni a loro disposizione, spesso passando attraverso numerosi punti di contatto e influenze prima di prendere una decisione. Le campagne Demand Gen sono state progettate per navigare efficacemente in questo spazio, catturando l'attenzione dei consumatori e stimolando la domanda attraverso contenuti visivamente accattivanti e personalizzati, forniti proprio nei momenti critici del loro percorso d'acquisto. Grazie all'integrazione dell'intelligenza artificiale e del machine learning, queste campagne permettono agli inserzionisti di raggiungere i potenziali clienti con messaggi rilevanti e mirati, aiutandoli a orientarsi nello ‘spazio disordinato’.
Le Demand Gen rappresentano un'evoluzione delle tradizionali campagne Display e Performance marketing, combinando gli elementi visivi e creativi con la potenza dell'AI e del targeting avanzato.
Vediamo quali sono nel dettaglio le caratteristiche principali di queste nuove campagne, che di fatto, hanno sostituito le vecchie Discovery.
I motivi principali che hanno spinto Big G alla loro introduzione li abbiamo già descritti sopra, ma se dobbiamo entrare nel dettaglio di questa scelta strategica, occorre prendere in considerazione le diverse esigenze emergenti nel panorama della pubblicità online.
Il comportamento dei consumatori online è in continua evoluzione. Sempre più utenti scoprono nuovi prodotti e servizi attraverso esperienze visive e coinvolgenti, piuttosto che cercare attivamente ciò di cui hanno bisogno. Piattaforme come YouTube, Discover e Gmail stanno diventando canali primari dove gli utenti si ispirano e scoprono nuovi brand. Le campagne Demand Gen sono state create per capitalizzare questo cambiamento, permettendo agli inserzionisti di raggiungere i consumatori in momenti di scoperta, prima che abbiano deciso di effettuare una ricerca attiva.
La pubblicità digitale sta diventando sempre più visiva e interattiva. Gli annunci testuali o puramente informativi non sono più sufficienti per catturare l'attenzione degli utenti, specialmente su piattaforme che privilegiano i contenuti multimediali. Google ha introdotto le campagne Demand Gen per offrire agli inserzionisti la possibilità di creare annunci più creativi e coinvolgenti, utilizzando immagini e video che possono meglio raccontare la storia del marchio e attrarre l'attenzione del pubblico.
Google negli ultimi anni ha investito pesantemente nell’AI e nel machine learning (lo aveva già fatto in passato con Universal App Campaign per la promozione di app mobile e lo ha rifatto con il lancio di Gemini, il suo modello di Intelligenza Artificiale) per migliorare le capacità di targeting delle sue piattaforme pubblicitarie. Le campagne Demand Gen sfruttano questi progressi tecnologici per fornire un targeting avanzato basato su una vasta gamma di segnali comportamentali e contestuali. Questo approccio consente agli inserzionisti di raggiungere utenti potenzialmente interessati in modo più preciso ed efficace, migliorando il ROI delle campagne.
Le aziende stanno cercando di integrare le loro strategie di marketing per creare esperienze più coerenti e personalizzate per i consumatori. Le campagne Demand Gen rispondono a questa esigenza permettendo agli inserzionisti di collegare i vari punti di contatto all'interno dell'ecosistema Google (YouTube, Gmail, Discover) in un'unica campagna coesa. Questo approccio consente di fornire messaggi unificati e rilevanti, migliorando l'efficacia complessiva delle strategie di marketing.
Google riconosce che le esigenze degli inserzionisti stanno cambiando, con un crescente bisogno di generare non solo lead immediati, ma anche di costruire la consapevolezza del marchio e stimolare l'interesse a lungo termine. Le campagne Demand Gen offrono una soluzione per generare nuova domanda, aprendo opportunità per raggiungere segmenti di pubblico che potrebbero non essere stati considerati in precedenza, e facilitando così la crescita a lungo termine delle aziende.
Abbiamo già detto che il targeting è certamente uno dei plus alla base delle Demand Gen, che utilizzano il machine learning per identificare e targetizzare gli utenti in modo più preciso. L'algoritmo di Google analizza una vasta gamma di segnali, tra cui il comportamento di navigazione, l'interazione con i contenuti online, e i dati demografici, per individuare gli utenti più propensi a mostrare interesse per un prodotto o servizio. Parliamo di qualcosa di molto simile a quello che già succede con le campagne Performance Max: un Indicatore di Pubblico che mette insieme le impostazioni per i Dati Demografici i Segmenti Personalizzati e i Segmenti di Dati (le vecchie liste di remarketing).
Ma la vera bomba che Google ha riservato per queste nuove campagne è l’introduzione dei LAL, i pubblici Lookalike (possibilità che Meta già sfrutta da tempo), creati a partire da segmenti di prima parte.
I livelli di somiglianza disponibili sono 3: Narrow, Balanced, Broad, dove il primo presenta il target più ridotto ma più simile al pubblico originale, mentre l’ultimo è quello più ampio ma anche meno somigliante.
Un’altra novità introdotta da queste campagne è relativa all’opzione Località. Se prima era possibile scegliere un’area geografica a livello di campagna, le Demand Gen offrono la possibilità di differenziare le località a livello di gruppo di annunci. Facciamo un esempio: se attiviamo una campagna su più regioni abbiamo la possibilità di creare gruppi d’annunci diversi, ognuno focalizzato su una o più regioni. Quando procediamo con il settaggio del gruppo d’annunci, la piattaforma chiede, infatti, di specificare la località:

Questo può creare, ovviamente, una ripartizione del budget non omogenea, dal momento che la spesa viene suddivisa per i vari gruppi di annunci sulla base delle località scelte per ciascuno (per esempio, un gruppo che ha come località una provincia come Milano utilizzerà più budget rispetto al gruppo settato con località Sondrio).
Google consente una grande flessibilità nella creazione degli annunci Demand Gen. Gli inserzionisti possono caricare immagini, video, testi e loghi, e Google Ads combina automaticamente questi elementi per creare annunci personalizzati e ottimizzati per diversi canali. Questa personalizzazione permette di mostrare annunci altamente rilevanti, aumentando le probabilità di coinvolgimento.
E, udite udite social media manager: grazie a questa flessibilità e alla grande varietà di formati supportati, avete la possibilità di riutilizzare creatività originariamente pensate per Meta. Il formato carosello, per fare un esempio, è il template in cui potete riutilizzare gli asset nel formato 1×1 creati per gli annunci Facebook e Instagram.
Di certo una delle buone notizie per gli inserzionisti è che il lavoro manuale si riduce drasticamente: una delle forze delle campagne Demand Gen, infatti, è l'ottimizzazione automatica. Google Ads utilizza l'intelligenza artificiale per il miglioramento degli annunci in tempo reale, perfezionando così le performance sulla base delle interazioni degli utenti. Tutto ciò garantirebbe anche una migliore allocazione del budget.
Le campagne Demand Gen offrono strumenti di misurazione avanzati che permettono di monitorare non solo le impressioni e i click, ma anche metriche più profonde come il coinvolgimento, le conversioni, grazie a un’analisi dei dati generati dai singoli asset e dai diversi posizionamenti. Questo permette agli inserzionisti di comprendere meglio l'efficacia delle campagne e di apportare miglioramenti continui.
Prima di lanciare una campagna Demand Gen, è fondamentale chiederti se effettivamente fa al caso tuo. È bene ricordare che, nonostante Google abbia a cuore le conversioni, non tutte le sue tipologie di campagna hanno questo obiettivo. Le ultime nate in casa Google non sono state pensate per generare una conversione, che sia un acquisto o la compilazione di un form, ma per accrescere la brand awareness. Ci ricolleghiamo così alla premessa iniziale, ovvero la necessità di rendere consapevole un bisogno latente. Quindi via libera se ti trovi nel Top of Funnel, e la tua necessità è ancora quella di far sapere che esisti a più persone possibile.
Le Demand Gen non sono per tutti per un altro valido motivo: il budget. Ebbene sì, sono campagne che costano e non poco. Per farti un’idea possiamo dirti che Google consiglia di impostare un CPA target e poi di moltiplicarlo per 15 per ottenere il budget ideale da investire. Quindi prendi in considerazione anche questo fattore nel momento in cui decidi di provare a investire in questi annunci.
Per concludere possiamo affermare che la grande rivoluzione che ha portato l’AI nell’universo Google ha effetti certamente positivi, ma come per tutto ciò che questa nuova tecnologia ha investito, a oggi è ancora l’intervento umano che, deo gratias, fa la differenza.
Se stai pensando di avventurarti nei meandri della piattaforma Google Ads, ma hai ragionevoli dubbi sulla strategia da adottare, puoi contattarci per un confronto e una consulenza, sapremo consigliarti la scelta migliore per le tue esigenze.