Ti hanno proposto un corso di 8 ore per imparare a usare l’intelligenza artificiale e iniziare finalmente a occuparti in prima persona del tuo sito e del tuo marketing, e tu lo hai rifiutato?
Sappi che hai fatto bene.
E sappi anche che l’AI, a differenza di quello che molti ti fanno credere, non è come una macchina del caffè, in cui infili la cialda e fa tutto da sola. Né tanto meno una competenza da acquisire con un paio di tutorial online. L’intelligenza artificiale è una macchina, sì, ma che deve essere governata da qualcuno in grado di farlo, con formazione specifica e competenze tecniche pregresse nel settore in cui la si vuole applicare, altrimenti si rischia di fare danni, a volte anche considerevoli.
Negli ultimi anni, invece, è stata spesso presentata come la soluzione definitiva a molti problemi di business, la panacea per tutti coloro che il marketing non lo masticano. Sembra ormai radicata l’idea che grazie agli strumenti di AI chiunque, dal piccolo imprenditore al responsabile marketing di una grande multinazionale, possa fare miracoli: campagne pubblicitarie ottimizzate, previsioni di vendita, contenuti personalizzati e messaggi su misura per ogni singolo cliente. Tuttavia, dietro a questa visione decisamente rosea e forse un po’ semplicistica, si nasconde una realtà più complessa e, come spesso accade, anche le speculazioni di qualche guru del momento.
Come per tanti strumenti nati e presentati alla massa per semplificare la vita di chi quella roba lì non l’ha studiata (ne abbiamo parlato qui in riferimento a WordPress per i siti web), anche Chat GPT and co. vengono considerati dai più come gli strumenti per arrivare a fare cose che normalmente loro non farebbero. E in un settore come il marketing dove l’improvvisazione è, ahinoi, all’ordine del giorno, la situazione sta decisamente sfuggendo di mano a tanti.
Le piattaforme digitali e i media mainstream tendono a comunicare un messaggio lineare: basta accedere a una piattaforma di marketing automation o a un software di analytics basato sull’intelligenza artificiale per ottenere risultati straordinari in pochi clic. Si parla di funzionalità plug-and-play, di strumenti che apprendono da soli senza necessitare di interventi umani e che, una volta impostati, offrono campagne mirate con una precisione quasi chirurgica.
In teoria, queste promesse non sono sempre prive di fondamento. Esistono effettivamente strumenti di AI user-friendly, così come servizi che offrono interfacce intuitive e workflow guidati. Tuttavia, la semplicità apparente non deve trarre in inganno. Senza una base di conoscenza solida, senza la capacità di interpretare i dati, di comprendere i modelli statistici sottostanti, di adeguare la strategia alle peculiarità del brand e del mercato, l’uso di questi strumenti rischia di generare risultati mediocri, se non dannosi.
Ormai è diventato un amico, tanto da essere chiamato confidenzialmente ‘Chat’. Stiamo parlando, ovviamente, di Chat Gpt, il modello di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI basato su un’architettura transformer. Utile a chi deve creare contenuti, ha però dei limiti di cui non tutti spesso tengono conto. Lui stesso, interrogato proprio sulle sue mancanze, risponde in questo modo:
ChatGPT, pur essendo uno strumento avanzato e potente, presenta alcuni limiti che è importante conoscere per sfruttarlo in modo ottimale. Ecco i principali:
Conoscenza fino a una data specifica: la versione attuale di ChatGPT (fino a GPT-4) ha una conoscenza limitata ai dati utilizzati durante il suo addestramento. Ad esempio, fino a poco tempo fa la conoscenza si fermava al 2023. Ciò significa che non è sempre aggiornato sugli eventi recenti o sulle tendenze in tempo reale.
Nessun accesso al web: ChatGPT non può effettuare ricerche online in tempo reale (se non integrato con plugin specifici o strumenti come il tool "web"). Questo lo rende meno utile per ottenere informazioni istantanee su eventi o notizie in corso.
ChatGPT non è infallibile: talvolta fornisce risposte imprecise, errate o obsolete. Anche se il modello è stato addestrato su enormi quantità di dati, non può garantire il 100% di accuratezza, soprattutto su argomenti complessi o ambigui.
Allucinazioni AI: in alcuni casi, il modello può "inventare" informazioni, citazioni o dati che sembrano verosimili ma non sono reali. Questo fenomeno è noto come "hallucinations" dell’AI.
Esempio: Potrebbe fornire riferimenti a studi o libri inesistenti.
Pur essendo eccellente nell’elaborazione del linguaggio naturale, ChatGPT non “comprende” realmente le informazioni come un essere umano. Si basa su modelli statistici per prevedere il testo successivo.
Se il contesto della conversazione è molto lungo o complesso, il modello potrebbe perdere il filo del discorso o fraintendere alcune sfumature.
Ironia e sarcasmo: ChatGPT fatica a interpretare toni ironici o sarcastici, specialmente se il contesto non è chiaro.
Linguaggio soggettivo: quando una richiesta è ambigua, il modello potrebbe generare risposte non in linea con le aspettative.
ChatGPT è progettato per rispettare standard etici: è stato programmato per evitare contenuti inappropriati, offensivi o illegali.
Limiti di discussione: potrebbe rifiutarsi di rispondere a domande su temi sensibili, etici o controversi, anche quando sono formulati con scopi legittimi.
La qualità delle risposte dipende dalla chiarezza e specificità della domanda o input fornito dall’utente. Richieste vaghe o mal formulate possono generare risposte altrettanto generiche o poco utili.
Personalizzazione limitata: ChatGPT non "impara" dalle conversazioni individuali e non può ricordare informazioni da una sessione all’altra (a meno che non venga integrata una memoria persistente).
Anche se può eseguire calcoli di base, ChatGPT non è progettato per fare calcoli complessi o elaborare grandi dataset numerici come un foglio di calcolo.
Risulta meno efficace quando viene utilizzato per analisi quantitative avanzate o reportistica dettagliata.
Essendo addestrato su dati raccolti dal web e da altre fonti pubbliche, ChatGPT può presentare bias (pregiudizi) intrinseci presenti nei dati di addestramento.
I bias possono riflettersi nelle risposte fornite, soprattutto su temi culturali, sociali o politici.
Anche se GPT-4 supporta l'input di immagini, la capacità di comprendere dettagli complessi in una grafica o visualizzare immagini avanzate è ancora limitata rispetto a software specifici.
Pur essendo ottimo nel generare testi coerenti e creativi, ChatGPT non può creare contenuti veramente originali. Si basa su schemi appresi nei dati di addestramento e tende a riutilizzare concetti esistenti.
Insomma bene, ma non benissimo.
A proposito di hallucinations il controllo dei dati forniti da qualsiasi modello di intelligenza artificiale generativa è sempre d’obbligo. È frequente la pubblicazione di contenuti che citano dati e/o fonti non esistenti, ma completamente inventati dall’AI (le famose allucinazioni, appunto).
"Il mercato e-commerce globale crescerà del 500% entro il 2025, secondo un rapporto pubblicato da McKinsey & Company". Peccato che non esista nessun rapporto McKinsey con questi numeri, e peccato anche che il content creator, che si è affidato a Chat GPT, e che ha pubblicato un articolo sul mercato digital globale e le statistiche di crescita degli e-commerce non abbia verificato la fondatezza della risposta ottenuta.
Questo succede perché ChatGPT basandosi su pattern linguistici, tende a fornire risposte coerenti con le domande, anche quando non dispone di dati reali. Perciò può succedere, come nel caso sopra citato, che inventi una statistica impressionante ma totalmente infondata. Inoltre, per rendere la risposta più credibile, attribuisce il dato a una fonte autorevole inventata, come McKinsey appunto.
Insomma l’avrai capito: utilizzare correttamente l’AI nel marketing richiede una combinazione di competenze tecniche e strategiche, e se non lo riconosci, o stai negando un’evidenza oggettiva o hai tutto l’interesse a non farlo. Da un lato, devi saper leggere i dati e capire le metriche rilevanti. Sai cosa sono e, soprattutto, a cosa servono in un report analitico il tasso di conversione, il Customer Lifetime Value (CLV), il Costo per Acquisizione (CPA), il Click-Through Rate (CTR) e via dicendo? Avere dei numeri ma non saperli interpretare non ti servirà a nulla, peggio ancora chiedere delle metriche che non hanno un senso se non contestualizzate all’interno di una strategia pensata e ragionata a monte.
Dall’altro lato è fondamentale comprendere i fondamenti dell’AI, quali i limiti di un modello di machine learning, come riconoscere quando un algoritmo è in overfitting (ovvero quando impara troppo bene dai dati passati, perdendo la capacità di generalizzare), oppure come valutare la qualità e la pulizia del dataset utilizzato.
Un professionista del marketing che utilizza l’intelligenza artificiale – e sarebbe stupido se non lo facesse - non si limita a premere un pulsante, ma progetta esperimenti, definisce gli obiettivi di un test A/B, comprende se un aumento del CTR si traduce effettivamente in vendite, e sa come agire di conseguenza per migliorare ulteriormente la strategia. In sostanza interpreta i segnali di mercato e lo scenario competitivo e sa tradurli in ipotesi testabili. Chi non padroneggia queste competenze rischia di basarsi su output errati o fuorvianti, prendendo decisioni controproducenti.
Il grande problema con cui stiamo facendo i conti - e che riscontreremo sempre più - è quello che i tool nati per semplificare la vita a chi non mastica il digital marketing si sommino tra loro generando veri e propri disastri dal punto di vista digitale. Pensate banalmente a un sito in WordPress gestito da un non programmatore (situazione molto più diffusa di quanto si pensi), che si fa aiutare da Chat Gpt per fare le modifiche al sito stesso. Tutto bene finché si tratta di farsi consigliare rispetto ai plugin migliori per risolvere uno specifico problema, o alle istruzioni per installare e configurare il plugin in questione. Ma poi se il nuovo plugin installato entra in conflitto con un altro esistente o addirittura con il tema WordPress del sito? Oppure se un errore tecnico grave blocca tutto quanto, e c’è bisogno di accedere a file come .htaccess o al database MySQL tramite cPanel? ChatGPT può guidare nel procedimento, ma se si sbaglia qualcosa nei passaggi, il rischio di fare ancora più danno al sito è alto. E a quel punto sono dolori.
Immaginiamo un piccolo e-commerce di abbigliamento che decide di implementare un tool di raccomandazioni prodotto basato sull’IA. L’idea è semplice: “Se Amazon lo fa e funziona, perché non dovremmo farlo anche noi?” Il tool promette di incrementare le vendite suggerendo agli utenti articoli simili o complementari a quelli che stanno guardando.
Ma ecco lo scenario concreto: il proprietario dell’e-commerce non ha competenze specifiche. Attiva il tool senza definire chiaramente quali dati utilizzare o quali KPI monitorare. Il sistema, trovando una correlazione tra chi acquista cappelli e chi acquista sciarpe, inizia a consigliare sciarpe a tutti coloro che guardano cappelli. Tuttavia, non tiene conto della stagionalità, dell’area geografica del cliente, né del fatto che la maggior parte degli utenti accede al sito solo per comprare cappelli specifici senza alcun interesse per le sciarpe. Il risultato? Le raccomandazioni risultano irrilevanti, abbassano la qualità dell’esperienza utente e, anziché migliorare le vendite, le peggiorano.
Se invece lo stesso proprietario possedesse le competenze adatte, avrebbe saputo come segmentare il pubblico, impostare un test su un campione di utenti, misurare l’impatto delle raccomandazioni sul tasso di conversione e, allo stesso tempo, filtrare i consigli in base alla stagionalità (ad esempio, niente sciarpe in estate). Avrebbe potuto addestrare il modello su dati relativi a preferenze reali, stabilire soglie minime di rilevanza o, in alcuni casi, addirittura escludere alcuni prodotti dalle raccomandazioni. Tutti questi accorgimenti richiedono competenze specifiche, non basta avere a disposizione la tecnologia.
L’errore più comune è quindi quello di credere che l’AI possa sostituire integralmente la figura del marketer. In realtà l’intelligenza artificiale è uno strumento di supporto decisionale: aiuta ad analizzare grandi moli di dati, a individuare pattern nascosti, a testare più rapidamente ipotesi, ma non sostituisce la sensibilità umana, la conoscenza del contesto, l’interpretazione strategica. L’AI fornisce suggerimenti e input, ma l’ultima parola spetta a chi sa valorizzare questi dati, inserendoli in una visione a lungo termine. Possiamo considerarlo come un evoluto attrezzo del mestiere, ma per dare risultati deve essere maneggiato da chi il mestiere già lo conosce.
Chi desidera utilizzare l’AI in modo efficace in ambito marketing deve essere disposto a investire nella propria formazione, o a integrare nel team figure professionali con competenze verticali in data science, analisi dei dati, modellazione statistica, UX e strategia digitale. Abbiamo assistito negli ultimi anni alla velocità con cui l’intelligenza artificiale evolve, i modelli migliorano, le piattaforme cambiano, e si richiede un aggiornamento costante. Non si tratta di imparare una volta per tutte e poi procedere in automatico, ma di una crescita continua, un dialogo permanente con la tecnologia.
È facile pensare che l’AI sia un jolly universale da giocare per vincere facile. Ma la realtà è più sottile: l’AI è un moltiplicatore di capacità, non un sostituto della competenza umana. Senza una solida base di conoscenze, senza la capacità di interpretare correttamente i risultati e senza una strategia di lungo periodo, l’AI rischia di essere un’arma a doppio taglio. Chi sa come sfruttarla, invece, otterrà un vantaggio competitivo significativo, traducendo le potenzialità della tecnologia in crescita e successo di mercato.
Vuoi saperne di più? Vorresti implementare l’AI nella tua strategia ma non sai da dove iniziare? Parliamone e troviamo insieme la soluzione migliore per le tue necessità.
Tempo di lettura: 9 minutiStai pensando al tuo nuovo sito web e ti stai chiedendo se realizzarlo completamente su misura o affidarti a una piattaforma come WordPress? Hai in mano più proposte da diverse web agency ma non sai quale scegliere? I tuoi dubbi sono più che legittimi e sei in buona compagnia: molti si trovano a dover decidere tra queste due opzioni, non sempre sapendo quale sia la più adatta alle proprie esigenze.
Tra le varie possibilità che ti hanno presentato per la realizzazione del tuo sito web probabilmente ti avranno parlato sia di siti custom (personalizzati) sia di piattaforme come WordPress. I sostenitori di una scelta piuttosto che dell’altra avranno certamente le loro buone ragioni per decidere di creare un sito utilizzando un linguaggio di programmazione oppure di avvalersi di un CMS (Content Management System), ma tu probabilmente non riesci a comprendere appieno pro e contro e, di conseguenza, a orientarti per una o l’altra soluzione. Tranquillo, proviamo ad aiutarti.
Partiamo però specificando qual è la nostra posizione, che è un punto di vista soggettivo, ma che cercheremo di supportare con dati assolutamente oggettivi: lo sviluppo di un sito web custom ha senso solo in situazioni specifiche, determinate non solo da necessità particolari ma anche dal budget disponibile. Prima di investire in uno sviluppo completamente personalizzato, è fondamentale valutare attentamente se questa scelta sia realmente necessaria per il tuo business, o se le tue esigenze possano essere soddisfatte efficacemente da una soluzione basata su WordPress. In molti casi, infatti, un sito in WordPress ben gestito e personalizzato può offrire risultati eccellenti, superando spesso le prestazioni di un sito custom, ma con costi e tempi di sviluppo inferiori.
In questo articolo cercheremo di aiutarti a capire quando ha senso investire in uno sviluppo custom e quando, invece, potrebbe essere più vantaggioso optare per una soluzione basata su WordPress, concentrando magari le risorse risparmiate in altre attività strategiche come campagne di marketing. Ti consigliamo di prestare attenzione perché questa scelta può influenzare significativamente il successo del tuo progetto online.
Un sito web custom, come suggerisce il termine, è una soluzione realizzata su misura, progettata e sviluppata da zero per soddisfare esigenze specifiche. Viene costruito utilizzando linguaggi di programmazione come HTML, CSS, JavaScript, PHP o altri, senza affidarsi a piattaforme o template preesistenti. Questo processo coinvolge generalmente un team di sviluppatori e designer che lavorano a stretto contatto con il cliente per creare un prodotto unico e altamente personalizzato.
D'altra parte, WordPress è uno dei tanti Content Management System (CMS) open-source che permette di creare e gestire siti web in modo semplice e intuitivo. È la piattaforma CMS più popolare al mondo, alimentando oltre il 40% dei siti web a livello globale. WordPress offre una vasta gamma di temi e plugin che consentono di personalizzare l'aspetto e le funzionalità del sito, senza la necessità di conoscere i dettagli tecnici della programmazione.
Gli scettici nei confronti di WordPress ci sono e non sono pochi. Nato come CMS per semplificare la vita ai programmatori, è diventato per tanti lo strumento che ‘anche mio cuggino si può fare il sito con WordPress’. Così, un po’ come è successo con Canva, ormai etichettato come il tool di grafica per chi non sa fare grafica, anche per questo strumento si è diffuso – erroneamente – un pensiero comune che tende a sminuirlo con l’accezione del ‘così son capaci tutti’. Niente di più sbagliato. Trovare professionisti che sanno utilizzare WordPress e che ne conoscono a fondo le dinamiche è davvero difficile, ma se si riesce nell’impresa è possibile ottenere siti altamente efficienti.
Ci teniamo a precisare un altro aspetto piuttosto importante relativamente alla personalizzazione: anche con questo CMS è possibile raggiungere elevati livelli di customizzazione. Ci sono siti in WordPress realizzati in modi diversi, da quelli che utilizzano temi preconfezionati e plugin standard, a quelli che implementano temi e funzionalità completamente personalizzati. Un sito in WordPress ben progettato e gestito può essere decisamente performante, sicuro e in grado di soddisfare le esigenze specifiche del tuo business, quasi sempre a un costo decisamente inferiore e con tempi di sviluppo più rapidi rispetto a un sito completamente custom.
Secondo le statistiche più recenti fornite da W3Techs, un servizio di analisi web, WordPress è utilizzato per circa il 43% di tutti i siti web su Internet. Questo lo rende, come dicevamo, il sistema di gestione dei contenuti (CMS) più utilizzato a livello globale.
Per quanto riguarda i siti web sviluppati su misura (o custom), determinare una percentuale esatta è sicuramente più complesso, dal momento che parliamo di tutti quei siti che non utilizzano un CMS riconosciuto come WordPress, Joomla, Drupal o altri. Secondo le stesse statistiche di W3Techs, è circa il 38% a non utilizzare alcun CMS noto, e in questa percentuale sono compresi sia siti completamente sviluppati su misura che siti che utilizzano CMS proprietari o meno diffusi.
Ecco una sintesi dei dati:
WordPress: circa il 43% dei siti web.
Altri CMS noti (come Joomla, Drupal, Shopify, ecc.): circa il 19% dei siti web.
Nessun CMS noto (inclusi siti custom e CMS proprietari): circa il 38% dei siti web.
È importante notare che la distinzione esatta tra siti completamente custom e quelli che utilizzano CMS proprietari non è sempre chiara nelle statistiche disponibili, poiché entrambe le tipologie possono non essere rilevate come CMS noti.
Queste cifre forniscono una panoramica generale della diffusione di WordPress rispetto ai siti custom nel panorama web globale. Tieni presente che le percentuali possono variare leggermente a seconda delle fonti e sono soggette a cambiamenti nel tempo, dato che il settore web è in continua evoluzione.
Per aiutarti a fare una scelta consapevole, esaminiamo i vantaggi e gli svantaggi di entrambe le soluzioni, tenendo presente che la decisione dovrebbe essere guidata dalle tue esigenze specifiche e dal budget disponibile.
Vantaggi.
Svantaggi.
Vantaggi.
Svantaggi.
Probabilmente dopo aver letto tutti i pro e contro delle due soluzioni hai ancora più confusione di prima. Quindi cerchiamo di vedere insieme quale scelta è preferibile sulla base delle caratteristiche del tuo progetto.
Se la tua attività richiede funzionalità uniche o un alto livello di personalizzazione che non può essere facilmente ottenuto tramite piattaforme standard, certamente un sito custom potrebbe rappresentare l’opzione migliore. Così come nel caso in cui desideri distinguerti in modo netto dalla concorrenza con un design assolutamente esclusivo e innovativo.
Anche nell’ipotesi che il tuo progetto preveda una scalabilità a lungo termine, un sito custom può agevolare l'integrazione di sistemi complessi nel futuro.
L’utilizzo di un CMS come WordPress è invece auspicabile anzitutto nel caso in cui non si disponga di un budget elevato, oppure si decida di investire in altre attività funzionali alla crescita del sito stesso, nella logica di una strategia di marketing strutturata e suggerita da una consulenza mirata. Per questo se hai dubbi e vuoi capire di cosa si tratta trovi un approfondimento qui.
Un altro buon motivo per scegliere WordPress è la necessità di mettere online il tuo sito in tempi brevi, grazie a soluzioni pronte all'uso che accelerano il processo. Se poi hai un’attività che prevede un aggiornamento costante dei contenuti, la sua l'interfaccia user-friendly ti consente una gestione semplice e un notevole risparmio economico, dal momento che ti rende autonomo, evitando l’intervento di un tecnico ogni volta.
Nel caso poi dovessi aprire il tuo negozio online e iniziare un’attività di vendita, WordPress presenta il plugin WooCommerce, che può gestire il tuo business con funzionalità standard, senza la complessità di piattaforme più avanzate, ma nemmeno rinunciando al raggiungimento dei migliori risultati.
Come avrai capito la scelta tra un sito web custom e uno basato su WordPress dipende da una serie di fattori, tra cui le esigenze specifiche del progetto, il budget disponibile, i tempi di realizzazione e le competenze tecniche a disposizione. Quello che ci teniamo a sottolineare è che, come abbiamo già anticipato, WordPress è nato con l’obiettivo di semplificare la vita ai programmatori e proporre una piattaforma intuitiva e utilizzabile anche a chi non ha competenze specifiche in sviluppo, tuttavia è fondamentale conoscerne le logiche, le funzionalità e anche le criticità per poter offrire un prodotto performante e in linea con gli standard richiesti da Google e dagli altri motori di ricerca.
Se hai ancora dei dubbi in merito alla migliore alternativa, contattaci e raccontaci il tuo progetto: saremo felici di offrirti una consulenza gratuita e di indicarti quale opzione è più adatta alle tue necessità.
Tempo di lettura: 9 minutiDa tanto ci impegniamo per far capire ai nostri clienti quanto sia importante la responsiveness dei loro siti e e-commerce. Ma forse oggi abbiamo una motivazione più persuadente per convincere che è un argomento con cui non si può più scherzare: una decisione di Google che non tutti, probabilmente, hanno colto.
Iniziamo facendo un’introduzione doverosa.
Nel panorama digitale odierno sappiamo ormai che gli utenti accedono ai contenuti online attraverso una varietà di dispositivi con diverse dimensioni di schermo e risoluzioni. In questo contesto, la responsiveness di un sito web non è solo un lusso, ma una necessità critica.
Nell’ultimo Global Digital Report di We Are Social vengono riportati i dati di GSMA Intelligence, secondo i quali, a inizio 2024, il numero di utenti unici da mobile nel mondo è arrivato a 5.61 miliardi, con un aumento di 138 milioni dall’inizio del 2023. Va da sé che questo incremento esponenziale nell'uso dei dispositivi mobili ha trasformato radicalmente il modo in cui le persone accedono al web e consumano contenuti online. Gli utenti mobile-friendly sono decisamente più numerosi, e questo è un dato di fatto, e la user experience dovrebbe rappresentare un'esperienza gratificante e senza interruzioni a prescindere dal dispositivo che utilizzano. Ebbene, troppe volte non è così.
Ma come influisce la responsiveness sulla SEO (Search Engine Optimization) di un sito internet? Vediamo come l’adattabilità dei contenuti web sia ormai considerata imprescindibile per migliorare non solo l’esperienza utente ma anche il posizionamento di un sito sui motori di ricerca.
La responsiveness, o design web responsivo, è un vero e proprio approccio di progettazione, che ha come obiettivo quello di creare siti web in grado di adattarsi automaticamente alla dimensione di qualsiasi schermo, all'orientamento e alla piattaforma del dispositivo utilizzato dall'utente. Questo significa che un sito web responsive offrirà un'esperienza utente ottimale sia su un desktop con un grande schermo, sia su uno smartphone con uno schermo molto più piccolo. Un’agenzia di digital marketing dovrebbe poter garantire UI diverse, ciascuna dedicata alla tipologia di device che l’utente utilizzerà, con un occhio di riguardo nei confronti degli smartphone.
Oggi la complessità nella progettazione dei siti web è aumentata proprio per la grande varietà di device presenti sul mercato, con la conseguente necessità che un contenuto web debba adattarsi a una sempre maggiore quantità di display e schermi.
Si parla quindi di vero e proprio design responsive, che sarebbe riduttivo e decisamente sbagliato definire semplicemente come grafiche che si adattano alle dimensioni dei supporti. I criteri da considerare sono invece molteplici e consistono in:
Layout fluidi: ovvero layout che utilizzano unità relative come percentuali per definire le dimensioni degli elementi, permettendo loro di adattarsi proporzionalmente alle dimensioni dello schermo.
Immagini adattive: immagini che vengono ridimensionate e ottimizzate per diversi schermi, garantendo tempi di caricamento rapidi e un'esperienza visiva ottimale.
Media Queries CSS: interrogazioni che consentono di applicare stili diversi a seconda delle caratteristiche del dispositivo, come la larghezza dello schermo o la densità dei pixel.
Tipografia flessibile: font e dimensioni del testo che si adattano per garantire leggibilità su tutti i dispositivi.
La crescente dipendenza dai dispositivi mobili a cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha reso la responsiveness non solo un plus, ma un elemento cruciale per qualsiasi sito web. Esistono alcuni dati chiave che evidenziano questa tendenza, tra tutti il comportamento degli utenti, per cui secondo Google, il 61% è meno propenso a tornare su un sito mobile se ha avuto difficoltà ad accedervi, e il 40% visita il sito di un concorrente.
Anche per gli e-commerce il ragionamento è simile. Le vendite da dispositivi mobili rappresentano una percentuale crescente del totale delle vendite online per la stragrande maggioranza delle piattaforme, tanto da parlare oggi di mobile commerce. Ignorare l'ottimizzazione su smartphone può comportare la perdita di una parte significativa del mercato, a beneficio di competitors più attenti alla questione.
Quello che forse non vi hanno mai spiegato bene è la correlazione tra responsiveness e SEO. L’adattabilità del vostro sito web o e-commerce a tutti i display e il posizionamento nella serp di Google sono direttamente proporzionali. Se la prima funziona influisce positivamente sul secondo.
Vediamo nel dettaglio in che modo.
La mobile-friendliness è diventata un fattore di ranking ufficiale per Google. Un sito responsivo ha maggiori probabilità di posizionarsi più in alto nei risultati di ricerca rispetto a uno non ottimizzato.
I motori di ricerca cercano di fornire i migliori risultati possibili agli utenti. Un sito responsivo offre un'esperienza utente superiore, di conseguenza più visite da parte degli utenti, più tempo trascorso sulla piattaforma, che può tradursi in un miglior posizionamento.
Un sito non ottimizzato può portare gli utenti ad abbandonarlo rapidamente. Un alto bounce rate può influenzare negativamente il ranking SEO, poiché è visto come un segnale di contenuti non pertinenti o di bassa qualità.
Un sito web responsivo, come abbiamo visto, migliora significativamente l'esperienza utente (UX), che è un fattore critico non solo per la soddisfazione dell'utente, ma anche per la SEO. Anzitutto la navigazione deve essere più che mai intuitiva. Su dispositivi mobili, si sa, lo spazio è limitato, quindi il design deve garantire che il menu e gli elementi di navigazione siano facilmente accessibili e utilizzabili.
In secondo luogo i contenuti devono essere facilmente leggibili senza necessità di dover zoomare per riuscire a captare tutto il testo. Diventa quindi fondamentale la scelta di font adeguati e di una spaziatura appropriata per migliorare il grado di leggibilità. L’interazione deve essere touch-friendly: ovvero pulsanti e link si presentano con dimensioni adeguate e ben distanziati per evitare clic involontari.
Un'esperienza utente positiva non solo mantiene gli utenti sul sito più a lungo, ma aumenta anche la probabilità di conversioni, sia che si tratti di vendite, iscrizioni o richieste di informazioni.
Un altro aspetto fondamentale, di cui parliamo nella sezione apposita del nostro sito, è rappresentato dalla velocità di caricamento delle pagine. Il tempo che un utente impiega a visualizzare correttamente i contenuti web è un fattore cruciale sia per l'esperienza utente che per la SEO. I siti responsive devono essere ottimizzati per caricare rapidamente su tutti i dispositivi, quindi devono presentare un’ottimizzazione delle immagini, sia in termini di dimensioni sia per quanto concerne la risoluzione.
Anche lato programmazione ci sono alcuni accorgimenti essenziali da considerare. La minimizzazione del codice, per esempio, permette di ridurre e combinare file CSS e JavaScript, diminuendo così il numero di richieste HTTP e la dimensione complessiva della pagina. Anche l’implementazione del caching consente ai browser di caricare più rapidamente le pagine già visitate.
Secondo Google, il 53% degli utenti abbandona un sito mobile se il caricamento richiede più di 3 secondi. Un sito veloce non solo migliora la soddisfazione dell'utente, ma è anche premiato dai motori di ricerca.
Nel 2018 Google ha annunciato che avrebbe iniziato a utilizzare la versione mobile dei siti per l'indicizzazione e il ranking. Questo significa che da allora i siti non ottimizzati per i dispositivi mobili, hanno rischiato di non essere indicizzati correttamente, influenzando di conseguenza negativamente anche il posizionamento.
Ma è di pochi mesi fa la notizia che rappresenta la vera rivoluzione: a partire dal 5 luglio di quest’anno i siti non accessibili da mobile, non saranno più indicizzati, quindi non più visibili tra i risultati in serp. Lo ha annunciato ufficialmente John Muller, Search advocate di Google in un articolo di blog dedicato, rivelando chiaramente l’obiettivo di Big G: privilegiare una navigazione quasi completamente orientata all’esperienza mobile.
Vediamo nel dettaglio cosa significa questa decisione.
Google utilizza due web crawler differenti, chiamati genericamente Googlebot. Si tratta di software spider che simulano l’esperienza utente su desktop (Googlebot desktop) e su dispositivo mobile (Googlebot mobile), e sono i mezzi di cui si serve Google per eseguire la scansione delle pagine del web. L’approccio mobile-first, un processo iniziato 8 anni fa, fa sì che quasi tutte le richieste di scansione di Googlebot venga effettuata oggi con il crawler mobile.
Va da sé, quindi, che l’accessibilità mobile diventa un imperativo: se i contenuti di un sito web non risultano accessibili da uno smartphone dalla scansione effettuata dal software spider di Google, il sito non comparirà più nei risultati di ricerca, a prescindere dalla qualità dei suoi contenuti e da quanto siano rilevanti rispetto alle query degli utenti.
Ora che vi abbiamo elencato i motivi principali per cui, se non lo avete ancora fatto, è arrivato il momento di accelerare il passaggio alla responsivness, vi segnaliamo alcune buone pratiche che possono aiutare a mettere in pratica un design adatto allo scopo e, al tempo stesso, gli errori più comuni da evitare.
Gli errori più comuni da evitare sono invece:
Come avrai capito la responsiveness non è solo una questione tecnica, ma una componente strategica fondamentale per il successo online. Investire tempo e risorse per ottimizzare il tuo sito web anche da questo punto di vista è un passo essenziale per avere una presenza online efficace e competitiva. Vuoi scoprire se il tuo sito web è realmente responsive? Ecco come fare.
Apri il sito da verificare e dal menu di navigazione nella parte alta del tuo desktop trascina la tab del sito al centro del tuo schermo. Dovresti vedere una finestra come questa:

A questo punto posizionati con il cursore del mouse sul limite destro della finestra e, una volta che compaiono le due freccine, trascina verso sinistra fino a dove ti è consentito. Il risultato dovrebbe essere questo:

Questa è la versione mobile del tuo sito, quindi esplorando i contenuti ti renderai conto se sono perfettamente fruibili, e se sono state applicate tutte le regole che ti abbiamo descritto in questo articolo.
Hai ancora dubbi? Hai notato che la tua versione mobile presenta delle criticità? Contattaci per una consulenza e scopriremo insieme come rendere il tuo sito perfettamente responsive 😉
Tempo di lettura: 7 minutiDiteci che non avete pensato almeno per un momento che il dissing di cui tanto si parla non rappresenti una grande e riuscita operazione di marketing.
Beh se davvero l’idea non vi ha minimamente sfiorato vi diamo qualche numero: quasi 110.000 follower in più per Niky Savage, + 50.000 circa per Fedez (che era in perdita nei mesi precedenti), oltre 260.000 per Tony Effe. E se parliamo di visualizzazioni delle performance tanto chiacchierate i dati lasciano proprio immaginare che questa battaglia a suon di barre non l’abbia persa nessuno. Anzi. Il video di Tony Effe del format 64 Barre di Red Bull ha generato 2 milioni di views, mentre quello di Fedez è primo in tendenze su YouTube con oltre 3 milioni di visualizzazioni.
Verrebbe quasi da immaginare i due rivali a cena insieme, che se la ridono e brindano al successo alla faccia di tutti i fan indignati e schierati chi per uno, chi per l’altro.
Il dissing può essere una strofa o un intero brano che ha come obiettivo quello di insultare e denigrare un altro artista. Spesso è preceduto da un beef, una situazione problematica e di screzi che può sfociare, appunto, in dissing e talvolta trasformarsi in una vera e propria faida tra rapper.
In realtà i beef più famosi hanno coinvolto intere fazioni, come quello tra East e West Coast, che ha visto le due parti in causa indirizzarsi addirittura intimidazioni e assumere connotati talmente violenti da concludersi con un episodio tragico: la morte di Tupac e Notorious B.I.G., uccisi rispettivamente dalla fazione rivale.
l dissing può effettivamente essere considerato una grande operazione di marketing nel mondo della musica, specialmente nel rap e nell'hip-hop. Sebbene nasca come espressione genuina di rivalità o disaccordo tra artisti, spesso viene utilizzato strategicamente per attirare l'attenzione del pubblico e dei media, generando interesse e aumentando la popolarità di tutti i soggetti coinvolti.
Cosa garantisce un dissing ben orchestrato e promosso a dovere?
Le faide pubbliche creano buzz mediatico. I media tendono a coprire le rivalità tra artisti, dando loro maggiore esposizione.
I fan si schierano, discutono sui social media e seguono attentamente gli sviluppi, aumentando l'engagement e la viralità dei contenuti.
La curiosità spinge le persone ad ascoltare le tracce coinvolte nel dissing, incrementando lo streaming e le vendite.
Una rivalità crea una storia avvincente che può mantenere l'interesse del pubblico nel tempo.
Tutti elementi che lasciano proprio pensare a un’operazione studiata a tavolino, che arreca evidenti vantaggi a entrambe le fazioni in gara. ‘Nel bene o nel male purché se ne parli’. Non importa quanto dissacranti e offensivi siano i testi, né tanto meno quanto possano gettare in cattiva luce la controparte. Il fine giustifica i mezzi, mai come in questa guerra.
Jay-Z vs. Nas: La loro faida ha alimentato discussioni per anni, aumentando le vendite dei loro album e consolidando la loro posizione nella scena musicale. Nei primi anni 2000, questi due giganti del rap newyorkese si sono scambiati una serie di dissing attraverso brani come "Takeover" (Jay-Z) e "Ether" (Nas). La rivalità ha messo in luce le loro abilità liriche e ha avuto un impatto significativo sulla scena hip-hop.
Eminem vs. Machine Gun Kelly: La loro disputa ha generato milioni di visualizzazioni su YouTube e ha dominato le conversazioni online, beneficiando entrambi gli artisti in termini di visibilità. Una disputa più recente, iniziata nel 2018, che ha visto i due rapper scambiarsi frecciate in canzoni come "Rap Devil" (MGK) e "Killshot" (Eminem).
Drake vs. Pusha T: Questo scontro ha creato un enorme interesse mediatico, con canzoni che hanno scalato le classifiche grazie all'attenzione ricevuta.
La storia del dissing è strettamente legata all'evoluzione della cultura hip-hop, nata nei quartieri di New York negli anni '70. Il termine "dissing", appartenente a uno slang afro-americano, deriva da "disrespecting" e si riferisce a un insulto o a una critica diretta verso un'altra persona, spesso espressa attraverso testi musicali. Questa pratica è diventata una componente fondamentale del rap, dove gli artisti utilizzano le parole per affermare la propria superiorità artistica o per rispondere a provocazioni.
Le origini del dissing possono quindi essere rintracciate nelle battaglie rap (rap battles), dove gli MC (Master of Ceremonies) si sfidavano in competizioni verbali improvvisate. Queste battaglie erano un modo per dimostrare abilità liriche, creatività e presenza scenica. Il dissing, in questo contesto, era uno strumento per guadagnare rispetto e prestigio all'interno della comunità hip-hop.
Nessuno ha inventato nulla. Le competizioni verbali e i duelli a colpi di frecciatine sono storia antica. I Playing the Dozens rappresentano una tradizione afroamericana, in cui i partecipanti si scambiavano insulti in rima in modo giocoso, spesso coinvolgendo membri della famiglia per aumentare la posta in gioco. Così come i Flyting, pratica scozzese e inglese del XV e XVI secolo, consistente in duelli verbali poetici pieni di insulti e provocazioni.
E come non ricordare che nel Medioevo, i trovatori e i menestrelli si sfidavano in tenson o partimen, veri e propri dibattiti poetici dove mettevano alla prova le proprie abilità letterarie.
Infine, autori come Jonathan Swift e Voltaire utilizzavano la satira per criticare e deridere avversari politici o intellettuali, creando opere che univano l'arte letteraria alla critica sociale.
Insomma il dissing non è di certo cosa nuova. Nuovi – e in qualche caso decisamente allarmanti – sono invece i contenuti dei testi che vi si leggono. Ma non siamo di certo qui per entrare nel merito di considerazioni morali o per scandalizzarci per gli epiteti che si ripetono in quelli che sono diventati, al di là di tutto, fenomeni sociali a tutti gli effetti.
Oltre ai già citati esempi, ci sono stati altri dissing passati alla storia per l’impatto mediatico che hanno avuto.
Una delle rivalità più celebri nella storia dell'hip-hop. Il brano "Hit 'Em Up" di Tupac è uno dei dissing più noti, dove l'artista attacca direttamente Biggie e la scena East Coast, alimentando la faida tra East e West Coast negli anni '90.
Una lunga faida che ha portato a numerosi dissing da entrambe le parti, influenzando le rispettive carriere e la scena rap dell'epoca. Celebre ormai è l’attività sul profilo Instagram di 50 Cent che ha dichiarato con un post “Ho appena comprato 200 biglietti in prima fila – per un concerto di Ja Rule - per farli restare vuoti LOL.”
Un lungo dissing con lieto fine, dal momento che ha portato poi a una collaborazione per un album. Ricordiamo una delle strofe più dissacranti che ‘the great white hope’ (come Snoop definisce il collega) rivolge al rivale:
«Last thing I need is Snoop doggin’ me / Man, Dogg, you was like a (Yeah) damn god to me / Nah, not really (Haha) / I had dog backwards»
“L’ultima cosa di cui ho bisogno è che Snoop faccia il cane rabbioso con me / Amico, eri un cazzo di Dio per me /Nah, in realtà no / ho solo scritto per sbaglio “Dog” al contrario”.
Non sono mancate le querelle all’italiana, che hanno visto coinvolti diversi artisti del nostro panorama musicale. Come quella di Fabri Fibra vs. Vacca. I due artisti, che erano inizialmente collaboratori, hanno poi iniziato a scontrarsi pubblicamente per una serie di incomprensioni personali e professionali. Con ‘Il diavolo non esiste’ e ‘Venerdì 17’ hanno dato vita a una faida che è durata diversi anni, con scambi di frecciate sia attraverso i testi dei loro brani sia sui social media.
Altro celebre duello a suon di strofe è quello tra Marracash e Luchè. Nel 2019, tensioni artistiche hanno portato a un confronto tra i due rapper. Il rapper siciliano punzecchia il collega napoletano con alcuni riferimenti nel suo album "Persona” Luchè risponde attraverso storie su Instagram e interviste.
Tra tutti i dissing che hanno avuto un risvolto anche in termini di visibilità, ma che sono stati generati da ideali più nobili, è degno di nota quello tra Kendrick Lamar e Drake. Lo scontro tra i due ha stimolato, infatti, un dibattito più ampio sulla direzione dell'hip-hop, mettendo in luce temi come l'integrità artistica, la commercializzazione e l'evoluzione del genere. Kendrick è spesso associato a un approccio più lirico e concettuale, mentre Drake è noto per la sua versatilità e l'abilità nel creare hit mainstream.
La battaglia rap tra i due artisti, quindi, è motivata da ragioni meno banali di quelle che normalmente alimentano i beef, troppo spesso risultati di azioni e strategie perpetrate da un’industria musicale ben lontana da qualsiasi velleità ideologica. Il caso di Drake e Kendrick ha invece tutte le sembianze di una diatriba che supera le differenze tra i due rapper, traducendosi in una querelle che trova le sue radici in una vera e propria guerra intestina e da due visioni diametralmente opposte nella community dell’hip hop.
Il fenomeno del dissing, un po’ come abbiamo visto per i meme, non è solo un'espressione culturale radicata nella musica e nei social media, ma è diventato anche un potente strumento di instant marketing. Le aziende più lungimiranti sfruttano la natura virale e l'attenzione immediata che il dissing può generare per creare contenuti che risuonano con il pubblico in tempo reale. Questo connubio tra dissing e marketing istantaneo evidenzia come le strategie di comunicazione si stiano evolvendo, abbracciando le tendenze contemporanee per stabilire connessioni più profonde e autentiche con i consumatori, e rivelando come una conoscenza approfondita degli ultimi trend possa fare, mai come oggi, la differenza.